In Busta Chiusa – Lettera R

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UN RACCONTO 

In Busta Chiusa n. 19, un Progetto di Cartaresistente
Lettera R di Grazia Lodigiani
Illustrazion di Davide Lorenzon

Il tipo di cui si era innamorata quell’estate guidava un Ritmo nera. Lo aveva conosciuto alla fine di giugno, lo ricordo bene perché sono stato io a presentarglielo e perché lei, nelle settimane subito dopo la chiusura delle scuole, non era mai uscita di casa, impegnata com’era a curarsi la varicella. Nell’estate dei suoi sedici anni si era presa una malattia da bambini – lei, che oramai di infantile non aveva più nulla.

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Cose che mi capitano

Un attimo fa ho dato un’occhiata nella stanza ed ecco quel che ho visto: la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra, il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo. E sul davanzale, la sigaretta lasciata accesa nel posacenere. Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio, tanto tempo fa. Aveva proprio ragione. Anche oggi, come ogni giorno, ho messo da parte un po’ di tempo per fare un bel niente.

 

Raymond Carver, da Il nuovo sentiero per la cascata

 

Bravo Ray, capita anche a me. Spesso.

Yoga, Mamma?

Yoga mamma

Da quasi un anno, ogni mercoledì e ogni giovedì faccio un’ora di yoga con una istruttrice fantastica; e anche il resto della settimana, da sola, se me ne ricordo, se ne ho voglia, se trovo almeno venti minuti per me, stendo il tappetino e pratico.

Pietro è così affascinato dal vedere sula madre fare qualcosa di diverso dal leggere e dallo scrivere che un giorno ha cominciato a prendere appunti su postit gialli: uno l’ho fotografato, eccolo là in alto. Non so perché, ma per lui il mio giorno di yoga è il martedì.

Ogni tanto si infila sotto di me a ripetere l’esercizio: il cane a testa in giù, il ponte – oppure mi sostiene nella candela e nell’aratro. E’ il mio piccolo aiutante, anche in questo.

A inizio anno dello yoga scrivevo: non sono capace di praticare, eppure mi sembra l’unica attività fisica che fino ad ora mi ha fatto veramente bene. 

E’ proprio così, con yoga ho trovato finalmente un’attività svuota testa: mi obbliga a rimanere concentrata sul mio corpo, sull’ora e sull’adesso, sulla tensione che il mio corpo assume nella posizione e mentre resto lì, concentrata, la mia mente si rilassa del tutto.

Io sono indubbiamente una persona che pensa troppo, che pensa praticamente sempre – e questa era una cosa che manco sapevo di me. Avevo, ora lo so, un disperato bisogno di smettere di pensare. Mi avevano detto: vai in bici, corri. Ma queste attività le conosco da tempo, so benissimo che al posto di svuotarti la testa te la riempiono di idee, di pensieri.

Con lo yoga finalmente non penso, per lo meno, non per l’ora o per i venti minuti di pratica. In più, mi aiuta a sentirmi sicura di me, forte.

E caspita se ho bisogno di sentirmi forte, io.

La Finestra

Finestra

 

Questa che vedete riprodotta qui sopra si chiama schema o finestra di Johari.

L’ho fedelmente riprodotta ieri mattina nel corso di una riunione con l’HR della mia azienda. Non esiste nessun signor Johari, la finestra si chiama così perché i due inventori facevano di nome JOseph e HARry.

Concettualmente, la finestra è da riferirsi all’ambito della comunicazione e delle dinamiche di gruppo: ogni relazione può essere inserita in una delle quattro caselle a seconda dell’incrocio di due dimensioni a seconda che un item sia noto ad altri o noto al riferimento (il sé).

In alto a sinistra c’è la dimensione del noto: ciò che io ho palesato di me e che gli altri conoscono, e ciò di cui sono pienamente consapevole di essere.

Sempre in alto, lì vicino ma a destra, si trova il cieco, ossia quel che io non so ancora di me stesso ma che gli altri in qualche modo hanno già scoperto di me.

Sotto al cieco, in basso a destra, c’è una zona buia buia che ricomprende ciò che io non so ancora di me e che manco gli altri hanno mai avuto modo di scoprire: si chiama infatti ignoto.

E subito di fianco, verso sinistra e sempre in basso, c’è la zona d’ombra, quel che io so di me stesso e che tengo così nascosto che gli altri non hanno mai visto (nascosto, appunto).

Ora in questa finestra io sono incappata in un incontro finalizzato a spiegare come dare e ricevere feedback, ma ho pensato che alla fine può servire come metro di valutazione di molte cose nella vita di ognuno, nella mia per prima. Mi chiedo: cosa metto nella mia identità sociale? Cosa non ho ancora capito di me e che pure gli altri hanno già visto? Cosa tengo segreto, per me soltanto? E soprattutto cosa scoprirò di me, prima o poi?

Quei perimetri, quelle linee sottili che dividono i quattro riquadri, dove mi porteranno?

Ieri sera ho visto Room: è un film bellissimo, e qui potete trovarne una recensione per decidere se vederlo, questo film, ché è bello ma mica semplice.

In Room si parla di tante cose, si parla di Joy, di Jack, di maternità come atto creativo (attesa, nascita, crescita, scoperta, distacco, guarigione, rinascita), di inizi. E si parla soprattutto di lati, di confini, di perimetri, di quel che sta dentro e quel sta fuori da queste linee e da questi confini: di quel che è noto, nascosto, ignoto, cieco.

Anche in Room c’è una finestra: è un lucernario dal quale è possibile vedere un pezzetto di cielo. E’ la finestra che ti ricordi per prima, ma in realtà ci sono anche le finestre (a tutta parete) della camera di ospedale che ospita madre e figlio, e le finestre (con tende) della casa dei genitori di lei.

Tante, tante finestre. Per non dimenticare un ulteriore contrasto: quello tra l’anelito verso l’altro e l’altrove a cui si tende quando si è costretti dai limiti, in prigionia, e la sensazione di perdere sé stessi che si prova quando si verifica la mancanza di confini, la libertà.

***

Un piccolo appunto per la scrivente: questo è il tuo cinquecentesimo articolo per ToWriteDown. Non metterci una vita a scriverne altri…

Ciao Febbraio

Febbraio Valentina Edizioni giorno in più

Febbraio, che è un mese misterioso e bizzarro,

rubò un giorno in più solo ogni tanto, ogni quattro anni,

per continuare a creare scompiglio tra gli sbadati.

Non volevo chiudere questo giorno speciale, questo giorno regalato, senza salutare il mio mese preferito: ciao febbraio, ci vediamo tra undici mesi esatti.

Per ricordarti ogni tanto, in questa lunga attesa, sfoglio Febbraio, un illustrato di dolce poesia edito da Valentina Edizioni.

Febbraio Valentina Edizioni

Di tutto restano Tre Cose

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Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro.

Disse un giorno Fernando Pessoa.

Hai proprio ragione, dissi io appena lo lessi.

E oggi, in questo giro di cielo tra acquario e pesci, sembra proprio che qualcosa tra le stelle stia trovando nuove certezze.

Quindi, maniche rimboccate, sorriso in viso e dritto avanti, tra le stelle. Qualcosa capiterà, vedrai – ma di questo parlerò più avanti.

Quattro

Quattro

Vi piace il numero quattro? A me non tantissimo, ma non per la forma, che trovo molto divertente; credo sia perché non ha mai avuto un ruolo importante nella mia vita.

Oggi, però, con il quarto compleanno di questo mio blog un pochino bistrattato, lo prendo in considerazione, ne cerco il senso e me ne approprio.

Quattro è il numero della materia, della concretezza, della solidità, della giustizia. Al quattro fa riferimento il simbolo della croce, che in origine rappresentava l’unione degli opposti.

E’ il numero che porta l’ordine, l’organizzazione e la responsabilizzare, che sviluppa l’autodisciplina e allontana dalle bizzarrie. E’ cautela e tradizione. Sembra fare un po’ vecchio e stantio, ma non è così; alla fine, è dalla tradizione che si deve partire se si vuole davvero innovare.

Come da un tradizionale vestito da sposa, simbolo di un nuovo inizio, questa sarà una nuova pagina bianca.

Buon compleanno, quindi, ToWriteDown: riparti da quel che sai, da quel che hai, e vai avanti.

Un Anno da Principessa

Un anno da principessa

Quando sei stanca di vedere una domanda che ti fai fin troppo spesso, quel Chi ti credi di essere che ti ha fatto amare Alice Munro più di ogni altra cosa.

Quando decidi che il tempo che stai usando per scrivere e per diventare grande lo puoi impiegare anche meglio.

Quando ti ricordi il perché, quasi quattro anni fa, avevi pensato fosse una buona idea condividere la fatica e la ricerca, gli errori e i successi.

Quando incroci un amico che fa il tuo stesso giro e ti ricorda che questo spazio è importante e ti chiede di ritornarci.

Quando succedono tutte queste cose qui sopra, ecco che ti ritrovi con te stessa e il tuo blog e ti dispiace averlo trascurato, avere pensato che fosse tempo per altro, che forse poteva accartocciarsi su se stesso e essere dimenticato.

Ti dici che invece no, che c’è tempo per tornare anche qui, per mettere qui tante cose, tutte le cose belle o brutte che arriveranno nel 2016, in questo anno che, te lo sei già detto, sarà un anno da principessa.

E allora via, si riparte.

Chi ti Credi di Essere? di Alice Munro

Chi ti credi di essere di Alice Munro

 

Sto preparando le valigie per le vacanze.

Per il secondo anno, saranno vacanze lunghe lunghissime. Tra i miei bagagli c’è la solita sacca per i libri: lo scorso anno ne avevo portati tanti, ed era stata una vera soddisfazione, una bella dose di energia che mi ha accompagnata per tanto tempo.

Nella sacca per ora ho infilato solo tre volumi: Mr Mercedes di Stephen King (una bella e corposa storia raccontata dal maestro solitamente serve per alleviare il viaggio), Gli amori difficili di Italo Calvino (che rileggerò a distanza di una ventina d’anni) e Danza delle ombre felici di Alice Munro.

E’ indubbio: io in vacanza senza Alice non riesco ad andare. Continue reading

Una Lunga Catena di Attimi

Una lunga catena di attimi

 

Per il 2015 mi sono imposta di fissare, ad ogni inizio mese, una serie di obiettivi da raggiungere nelle quattro settimane successive. Cose che riguardano la mia relazione con il mondo: io e mio figlio, io e il cibo, io e il mio lavoro, io e il mio corpo, io e i miei personaggi, io e le mie letture. A volte anche tutte queste cose senza l’io attaccato, ma perlopiù l’io ce lo tengo attaccato apposta perché alla fine faccio sempre fatica a farcelo stare, l’io, e mi lascio soverchiare dall’altro.

Adesso che è quasi finito l’anno (agosto, si sa, chiude un po’ tutto: un tempo erano i negozi, oggi sono i propositi) adesso, dicevo, potrei fare un bilancio di questa lunga catena di attimi.

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