La Vita l’è Bela

La vita l'è bela

 

Avevo ventisette anni e da due facevo la pendolare tra la provincia di Piacenza, dove vivevo, e il centro di Milano, dove lavoravo.

Ogni mattina mi svegliavo un quarto alle sei, prendevo prima la macchina, una gloriosa Y verde bottiglia, e poi un regionale, caldo in estate, gelido in inverno, lercio sempre.

In auto, all’alba, mi capitava di dover rallentare per lasciare passare un cinghiale o una volpe: in treno non mi andava molto meglio, incrociavo volti di esseri poco umani e molto animaleschi.

Provate a prendere un regionale prima delle sette del mattino e capirete cosa intendo.

Avevo ventisette anni e portavo addosso capelli lunghissimi, gonne corte, smalto color ciliegia e umore nero.

Ero arrabbiata con me stessa per la scelta fatta due anni prima, quella di lasciare un lavoro precario ma soddisfacente nella mia città per un lavoro fisso ma lontano dalle mie aspirazioni in una città che ho impiegato tanto a capire e ad amare.

Ero nera, arrabbiata, confusa. Non solo: anche il mio cuore, similinnamorato, aveva non pochi dubbi da risolvere.

In sintesi: non sapevo che farmene di me stessa. E poi ero ancora convinta di essere unica, irripetibile e insostituibile: una i cui problemi erano originali, vergini, incomprensibili dagli altri.

Nella mia terza primavera milanese dovetti ricredermi.

In quel periodo trascorrevo tutte le mie pause pranzo con un gruppetto eterogeneo: c’era un’altra ragazza, una collega quasi coetanea alla sua prima gravidanza, esperienza che affrontava come tutte le cose che la riguardavano, di punta. E tre colleghi, di età diverse, più maturi, che giocavano alternativamente il ruolo di tutori e marpioni nei nostri confronti. Pause pranzo difficili, insomma.

Io mi crogiolavo nella mia disperazione senza vie di uscita, silenziosamente avvinta nel mio torpore, deliziosamente sprofondata in vittimismo sincero.

Una mattina di quella primavera trovai sulla mia scrivania una raccolta di canzoni dal titolo “La vita l’è bela”. Qualcosa di molto milanese, qualcosa di molto vivo, allegro, ironico, sardonico: qualcosa che con me aveva poco a che fare.

La raccolta era accompagnata da un biglietto che diceva “Devi imparare a sorridere“.

Cochi e Renato non erano più una coppia oramai da diversi anni. Pozzetto era diventato famoso con i suoi film comici, Ponzoni si stava rilanciando grazie a una collaborazione con Paolo Rossi.

Ascoltai quella raccolta decine di volte quella primavera, l’estate e poi ancora l’autunno.

La mia canzone preferita resta La vita l’è bela, quella che, con una schiettezza disarmante, suggerisce di tenere a portata di mano un ombrello per scansare il cattivo tempo. Quella che riconosce nelle persone un denominatore comune, una volontà di stare bene che è insita nella natura umana. Forse anche nella mia.

Oggi – in quest’ultima giornata sulla spiaggia, al sole, tra farfalle bianche che ogni giorno probabilmente si rinnovano, non possono essere sempre le stesse – volevo ringraziare Alberto che quella primavera mi ha donato un piccolo strumento per imparare a sorridere. E che, senza saperlo, anni dopo, con il suo lavoro, ha creato le condizioni per permettermi di sorridere anche oggi.

Lo faccio spesso: sorrido del mio essere eternamente insoddisfatta, del mio scordare il sollievo della leggerezza, del mio essere troppo pigra per trovare nuove risorse.

E c’è sempre quello che parte, ma dove arriva se parte?

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