Sotto le Granate

QUALCOSA DI TVRTKO KULENOVIC

Sotto le granate

Tvrtko Kulenović è uno scrittore bosniaco.

Ho trovato finora molto poco di lui: due racconti, uno tradotto in italiano, uno in francese.

Ma prima ancora questo stralcio dall’opera dedicata alla moglie, Lidija, che mi ha portata a cercare di conoscere la sua scrittura, oltre che la sua storia.

Trascrivo qui il brano, per me ma soprattutto per diffonderlo, in attesa che vengano tradotti e pubblicati in Italia i suoi scritti. Cosa ne pensate?

Da Lidija di Tvrtko Kulenović, traduzione di Adem Šehović:

Il giorno del funerale di Lidija, il tempo era ingannevole. Se mi metto il “dolce vita” nero potrebbe essere caldo, se mi metto la camicia bianca e la cravatta nera, “lei” saprà che mento. Infine ha iniziato a piovere e mi sono messo l’impermeabile scuro. Il funerale era fissato per le dodici, così ho fatto i conti per essere al cimitero mezz’ora prima.

La prima parte della strada l’ho percorsa in pace, ma quando sono uscito dal tunnel, una granata mi è caduta davanti a venti metri di distanza, poi ne è caduta un’altra un po’ più lontana. Mentre stavo attraversando il mercato ho sentito qualcuno chiedere: «L’ha colpito alla testa?».

Ho imboccato la strada in basso che porta direttamente al cimitero, però lì piovevano le granate. Sono ritornato indietro e ho preso la via di sopra, lungo la “trauma”, proprio verso il Lav, o per meglio dire dietro ai suoi buchi e alle sue crepe. Ho visto che nel bel mezzo del cimitero c’era gente in tuta blu che stava facendo qualcosa. Mi sono affrettato a raggiungerli e ho detto: «Mia moglie deve essere sepolta alle dodici». «Si tratta di Lidjia Kulenovic?» hanno domandato. «L’abbiamo appena calata. Dobbiamo muoverci se no ci accopperanno». Ho afferrato un pugno di terra e un uomo ha detto: «Prendi la pala».

Da sopra stava venendo una famiglia che aveva fissato il funerale per le undici e quarantacinque, il loro estinto era già sepolto. Dietro di loro è arrivato mio zio Esad che ha superato la settantina da un bel pezzo e abita sul lungofiume accanto alla ex Posta Centrale. «Zio, cosa sei venuto a fare, per Dio?» ho chiesto. «Cosa vuoi, figliolo – ha detto lui – noi Kulenovic siamo testardi».

Il pomeriggio, l’ho passato telefonando a Marko, a Ferida, a Hama, a Haris. Sapevo che si trovano lì vicino e volevo accertarmi che fossero rimasti vivi.

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