I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout

I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout

 

Ho letto I ragazzi Burgess, l’ultimo romanzo della scrittrice americana Elizabeth Strout, il mese scorso, dopo averne assaporato a lungo l’attesa.

A maggio, allo stand di Fazi Editore al Salone del Libro di Torino, avevo adocchiato un bellissimo poster che riproduceva la copertina del nuovo libro della Strout e ne annunciava la data della uscita italiana. Quella data di giugno l’ho poi lasciata passare e I ragazzi sono finiti nelle mie mani solo in autunno.

E’ proprio vero che ad ogni storia corrisponde un tempo giusto per venirne a conoscenza, per decidere di leggerla e, infine, per pensare di scriverne.

I ragazzi Burgess non c’entra molto con Olive Kitteridge, forse ha poco in comune anche con Amy e Isabelle, libri che ho molto amato, ma non per questo mi è meno piaciuto.

In parte per quell’atmosfera di ineluttabilità e di declino inarrestabile che investe un po’ tutte le storie della Strout, in parte per quel provincialismo che fa di ogni piccola tragedia il centro dell’universo, un po’ per quel saper raccontare senza remore, in modo completo e partecipato, delle famiglie disfunzionali e della solitudine di chi le vive.

I ragazzi Burgess sono tre: Jim è il fratello maggiore, quello belloccio e di gran successo, avvocato con un passato fortunato e un presente carismatico; Bob è il fratello minore, anche lui avvocato ma senza molte pretese, in parte una sorta di ombra del fratello, in parte il suo risvolto, con una capacità di analizzarsi e di analizzare il prossimo abbastanza rara; Susan è la sorella gemella di Bob, una donna ferita, abbandonata, alle prese con le difficoltà tipiche di una madre sola con un figlio adolescente.

I fratelli vivono a New York, la sorella a Shirley Falls, Maine, paese d’infanzia dei tre: è qui che si ritrovano insieme proprio a causa (o per merito) del figlio di Susan, Zach, che si trova nei guai per avere lanciato una testa di maiale in una moschea durante le celebrazioni del Ramadan.

Un gesto sconsiderato che ha ben poche motivazioni, ma che diventa un cardine attorno al quale fare funzionare tutta la storia, una storia, come la stessa autrice l’ha definita, di uomini e donne che sono costretti ad affrontare un dolore rimosso dal quale si sono illusi di poter sfuggire. E che ora possono crescere, sapendo che con ogni probabilità sbaglieranno di nuovo

I tre fratelli, i tre ragazzi Burgess, conservano infatti un ricordo d’infanzia comune, un episodio che hanno vissuto e che li perseguita: insieme hanno assistito alla morte del padre avvenuto per un banale incidente automobilistico. E ognuno di loro se ne sente, in qualche modo, responsabile.

La bravura della Strout sta nel fare emergere, lentamente, incontro dopo incontro, telefonata dopo telefonata, questo passato, e nel permettere ai propri personaggi di affrontarlo. Con una scrittura pulita, aperta, sincera, che fa scorrere la lettura e rende piacevole l’immersione in un mondo di ricordi di per sé non propriamente piacevoli.

Ecco come la Strout presenta i suoi ragazzi:

Era un uomo alto, di cinquantun anni, ed ecco cosa aveva di speciale: era un tipo gradevole. Stare con lui dava la sensazione di trovarsi all’interno di un circolo intimo e ristretto. Se Bob fosse stato consapevole di questa sua caratteristica, forse la sua vita sarebbe stata diversa. Ma non lo sapeva, e il suo cuore era spesso attraversato da una vaga paura.

Erano passati più di cinque anni dall’ultima volta che era stato a Shirley Falls e la vista del nipote, alto, magro, col volto inespressivo per la paura, lo aveva allarmato. E anche quella di sua sorella. Era magra, i capelli corti e ondulati quasi completamente grigi. Non aveva proprio nulla di femminile. Il volto dai lineamenti regolari sembrava molto più vecchio di quanto Bob si aspettasse, al punto che non riusciva a credere che loro due avessero la stessa età. (Gemelli!)

Jim  non era ancora salito. Era fermo accanto a un uomo robusto e irsuto, che Bob riconobbe come il procuratore generale, Dick Hartley, Teneva le braccia incrociate, gli occhi bassi e la testa china, e annuiva mentre Dick parlava (“Devi farli parlare”, ripeteva sempre. “Se li lasci senza briglie, quasi tutti si metteranno la corda al collo da soli!”). Alzò lo sguardo, sorrise a Dick, gli diede una pacca sulla spalla e riprese la postura di prima, con gli occhi bassi, in ascolto.

***

Con la recensione del libro di Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, edito da Fazi Editori, partecipo all’iniziativa il Venerdì del libro di Paola, che vi invito a conoscere e, se vi piace, a condividere.

9 thoughts on “I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout

  1. Non ho mai letto niente di quest’autrice, ad essere sincera non l’ho mai considerata, magari prima o poi ne verrò attratta perché come dici te per ogni libro c’è il momento giusto per leggerlo.

    • Dipende poi da che storie cerchi e da che tipo di scrittura ti prende.
      A me le storie di relazioni difficili, di famiglie disfunzionali and co. piacciono tantissimo.
      Me le vado proprio a cercare 😉

  2. Come kemate, e convengo sul momento giusto per leggere il libro adatto al momento.
    Ora io sono decisamente focalizzata sulle “prime letture” e dopo crollo 🙁 o scelgo di curare un po’ il blog, ma nelle vacanze recupererò… Tengo presente il suggerimento, ciao! 🙂

  3. “Amy e Isabelle” è piaciuto molto anche a me, mentre non so perché “Olive Ketteridge” non mi attirava per niente… per quanto riguarda questo romanzo, invece, ho letto che è stato criticato perché è piuttosto superficiale sulla descrizione della comunità islamica di Shrley Falls e perché la storia non riesce veramente a partire. Cosa ne pensi? Sono critiche fondate oppure no?

    • Ciao,
      io ho molto apprezzato di Olive Kitteridge non solo la storia, tenuta insieme dal personaggio che dà il titolo al libro, ma anche e soprattutto la struttura di romanzo a racconti, che trovo molto congeniale al me lettrice.

      Per quanto riguarda quanto hai già letto a proposito di I ragazzi Burgess, sì, in qualche modo è così: il modo in cui scrive di integrazione (e non integrazione) della comunità somala nel paese del Maine non è forse il modo migliore in cui se ne poteva scrivere, ma non è un tema centrale del romanzo. L’autrice lo usa come motore per fare partire la storia, come scusa per parlare d’altro. Recentemente, a Milano, durante un incontro con i lettori in Feltrinelli, la Strout ha detto che da giovane aveva vissuto una vicenda simile, lei lo ha addirittura definito trauma. Non ricordo bene di che si trattava, era comunque un fatto di cronaca che aveva devastato la tranquillità di una famiglia in apparenza normale e che aveva portato a galla anche fatti del passato. Ecco, visti in questa luce, i fatti narrati della comunità somala hanno un loro senso e si incastrano nella storia come motore scatenante di altro. Ed è l’altro che interessa al lettore.

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  5. Sono molto attratta da questo libro. Mi è molto piaciuto Olive kitteridge ma non mi sono formata un’idea ben precisa della Strout, quindi non so cosa aspettarmi. Secondo te mi piacerebbe? E Amy e Isabelle? Mi fido del tuo consiglio.

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