Pollock e gli Irascibili

LA SCUOLA DI NEW YORK IN MOSTRA A MILANO

Jackson Pollock

Vedere le opere di Jackson Pollock permette di tradurre in materia le sue parole:

Non dipingo sul cavalletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto. (…) Quando sono “dentro” i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di “presa di coscienza” mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c’è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene. 

Pollock e gli Irascibili_La scuola di New York

La mostra Pollock e gli irascibili – La scuola di New York allestita a Palazzo Reale, Milano, resterà aperta fino al 16 febbraio 2014: in mostra c’è la rivoluzione artistica, la rottura col passato, la sperimentazione, l’energia, tutto in una sessantina di capolavori provenienti dal Whitney Museum di New York.

Tra i capolavori c’è Number 27, l’opera di Pollock famosa non solo per le dimensioni straordinarie – circa tre metri di lunghezza – che ne rendono difficile il prestito, ma anche e soprattutto per il suo essere simbolo dell’action painting nell’arte figurativa americana.

Pollock non è stato il solo a contribuire alla rivoluzione, e dalla mostra questo spicca non poco: infatti si trova ben rappresentato tutto il gruppo di artisti che si meritarono l’appellativo di irascibili da un celebre episodio di protesta contro il Metropolitan Museum of Art, che li aveva esclusi dall’allestimento di una mostra di arte contemporanea.

Tra tutti cito una scoperta per me, Mark Rothko, quello delle grandi tele di canapa riempite apparentemente con un solo colore che in realtà è un misto di pigmenti dalle sfumature simili. Un vero e proprio precursore della color field.

Mark Rothko Untitled blue yellow green on red1954

Dal 1949 al 1956 Rothko realizzò quasi esclusivamente dipinti a olio, per lo più di grande formato, la cui misura talvolta raggiungeva i 3 metri di altezza. Secondo Rothko la distanza ideale per osservare i suoi dipinti sarebbe stata di 45 centimetri: il suo scopo era quello di risvegliare nello spettatore l’impressione di essere all’interno del dipinto.

Io dipingo quadri molto grandi (…) Lo scopo per cui lo faccio risiede nel fatto che voglio essere intimo e umano. Dipingere un quadro piccolo significa porsi al di fuori del campo dell’esperienza, significa guardare a tutte le proprie esperienze contemporaneamente, come attraverso una lente che le rimpicciolisce. Quando si realizza un grosso quadro, si è al suo interno. Non si può decidere nulla.

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