Giallo Denso

IL MIO RACCONTO PER #TRAMANDO 2014

Lucio Fontana Concetto spaziale_Attese_1963

Giallo denso è il secondo racconto che ho scritto nel 2014 su un tema che mi affascina molto e che riguarda i punti di rottura: nella mia testa ci sono una ventina di storie che amo narrarmi, smontare e ricostruire per capire se possono vedere la luce, nero su bianco, inseguendo l’idea che è solo dalle rotture che può nascere qualcosa di nuovo.

Giallo denso è anche il racconto con cui ho partecipato al secondo concorso della mia vita, Tramando, di cui avevo parlato in questo post: il gioco dei tre indizi è stato fecondo e mi sono stupita di me stessa per l’entusiasmo che ho avuto in questa esperienza per me nuova, quello del liberare storie per una lettura pubblica.

Giallo denso si è classificato al secondo posto, a Tramando, e di questo sono molto orgogliosa: devo ringraziare chi mi ha sostenuto nelle tre settimane di gara leggendomi, votandomi, condividendomi, ma soprattutto scrivendomi, pubblicamente e privatamente, per darmi consigli, per raccontarmi le emozioni provate con Giallo denso, per dirmi che forse vale la pena continuare. Grazie davvero.

Qui potete leggere il podio di Tramando: più sotto invece trovate il mio racconto, Giallo denso. Buona lettura.

La casa era una di quelle villette a schiera senza spazio, né davanti né dietro.

Quattro scalini di pietra bianca non trattata che portavano a un piccolo ballatoio, sei metri quadrati di prato che separavano la facciata da un marciapiedi asfaltato: la basculante del garage era aperta a quell’ora, l’ora di quasi sera, di quasi cena, l’ora in cui Franco tornava a casa, parcheggiava l’auto e poi la chiudeva, la basculante. Faceva due passi sull’erba e quattro sui gradini prima di spostare la carrozzina che trovava sempre sullo zerbino – e si sentiva pronto.

Arrivava alla porta, la apriva e lì diceva Sono io, sono arrivato, e di solito non è che qualcuno rispondesse, di solito Franco aveva tutto il tempo di allentare la cravatta, di levarla e di lasciarla con lo zainetto e la giacca sulla poltroncina in vimini dell’ingresso. Aveva il tempo di specchiarsi, di guardarsi negli occhi, di controllare che non ci fossero tracce, capelli o macchie, prima di andare alla ricerca degli abitanti della casa.

Quella sera no: quella sera sulla poltroncina in vimini c’era sua moglie, seduta composta, il bambino addormentato in braccio.

I miei tesori, disse allora Franco al posto di Sono io, sono arrivato.

Sua moglie si alzò: Non sono riuscita a fare nulla, disse, dalle quattro in poi ho dovuto tenerlo in braccio.

Ha le coliche, disse allora Franco, ma lei lo zittì: Non lo so se ha le coliche, è che se lo poso si sveglia e strilla. Ora, per cortesia, tienilo un po’ tu, io devo proprio andare in bagno.

Franco lasciò scivolare la giacca e lo zaino sulla poltroncina e prese il bambino addormentato. Lo tenne in braccio seguendo la moglie fino a quando lei si tirò dietro la porta del bagno, chiudendola e lasciandoli fuori.

Il bambino si allungò, cambiò posizione, ma non si svegliò. Era un bel bambino di tre mesi, un bambino tondo dalla pelle chiara, una peluria bionda in testa, un sano appetito e un’insonnia perenne.

Dormiva otto, massimo nove ore al giorno – perlopiù in braccio. I vari pediatri che avevano sentito dicevano la stessa cosa: E’ normale. Ma tutte le volte sua moglie, in macchina, esclamava E’ normale, sì, normale un cazzo!

Ogni giorno, da poco meno di tre mesi a quella parte, lo cronometrava, il sonno del bambino, lo cronometrava e lo segnava su un quaderno azzurro che trascinava per casa. Tabelle di numeri piccoli: diciotto minuti, magari tra le tre e le cinque di notte, a volte due ore e tredici minuti, subito dopo pranzo. Franco schivava quel quaderno come da ragazzo aveva scansato le ore di catechismo. Sperava che finisse presto, il più presto possibile (Normale un cazzo!).

Dal bagno arrivò il suono attutito di alcuni singhiozzi, un naso che veniva soffiato, lo sciacquone tirato.

Franco si mosse lentamente per raggiungere il mobile della sala. Con una manovra delicata svicolò una mano per accendere la radio – giusto lo spazio per premere il tasto power senza sbilanciarsi. Note ritmate nell’aria, la voce arrochita di Luca Carboni, la voce arrabbiata di sua moglie, Spegnila, per l’amor del cielo, e lui tornò a premere power.

Credevo fosse una buona idea, un po’ di musica, si scusò.

Sua moglie aveva gli occhi rossi, ancora lucidi. Li teneva bassi, non aveva piacere che lui la guardasse.

Si sveglia con la musica, gli spiegò, si sveglia sempre con ogni rumore nuovo. Dicono che ai bambini piacciano i rumori, a lui no. E’ la prima volta che si addormenta da stamattina: deve dormire, disse ancora, o non diventerà mai grande.

Mi dispiace, disse allora Franco, e lo pensava sul serio che gli dispiaceva, gli dispiaceva che suo figlio non sarebbe mai diventato grande se non dormiva abbastanza – solo che adesso aveva davvero voglia di sentire un po’ di musica, di rilassarsi e di tornare con la testa a un piccolo fatto del pomeriggio, un episodio divertente che non avrebbe potuto raccontare a lei, questo no, ma che poteva tenergli su il morale fino all’ora di cena. E invece chiese solo Cosa prepariamo per cena? mettendoci così poca intenzione che lei sollevò a malapena lo sguardo.

Era la domanda sbagliata: se ne rese subito conto perché lei gli girò le spalle, dopo quella breve occhiata, e andò in cucina.

La seguì, il bambino pesante sulle braccia. In cucina la luce era diversa, ma lì la luce era sempre diversa: erano le pareti, le pareti dipinte di giallo che riflettevano attorno un’aria greve di speranza.

Lei stava aprendo il frigorifero, dicendo Ho fatto la spesa ieri. Lo lasciò aperto, lo sportello, come a far vedere cosa aveva comperato, a far vedere che lo aveva stipato quel frigorifero andando a fare la spesa, che si poteva mangiare quello che si voleva. Dal frigorifero prese la bottiglia dell’acqua, dall’acquaio un bicchiere.

Franco le si avvicinò, allungò la mano svicolata e le accarezzò la schiena. Lei si mosse, non lasciò scendere la mano oltre la vita, si mosse come per spostare il bicchiere che mise sul tavolo, pieno fino all’orlo.

Vado in camera, ho bisogno di stendermi dieci minuti. Poi preparo la cena, aggiunse, e li lasciò in cucina, lui, il bambino e il bicchiere d’acqua.

Franco sentì arrivare quel misto di rabbia e frustrazione che oramai sapeva riconoscere: lasciò che la testa gli si incassasse tra le spalle e che il corpo si incurvasse, avvolgendo il bambino. Si avvicinò al frigorifero, richiuse lo sportello e gli si appoggiò con tutto il peso.

Fissò il muro davanti a sé, il muro dipinto di giallo. Era venuto un pittore a dipingere quel muro. Era un imbianchino, certo, ma sua moglie lo chiamava sempre il pittore e ora, quando ci pensava, anche lui lo chiamava così.

Era stato l’estate scorsa, era stato quando il bambino non era niente – qualcosa di vischioso nel grembo di lei. Aveva detto al pittore che voleva una cucina luminosa, solare, di un giallo denso. Intenso? aveva chiesto lui, e lei aveva ripetuto Denso, e allora il pittore le aveva messo in mano dei cartoncini colorati, la mazzetta dei colori l’aveva chiamata, per scegliere la densità.

Il giallo denso di sua moglie stava tra due colori, lei non era ben sicura quale dei due fosse quello che voleva: il pittore aveva osservato i cartoncini, aveva segnato i codici e il giorno dopo si era presentato con due vasetti di pittura. Aveva fatto delle strisce sul muro della cucina, il pittore, prima vicino alla finestra, in piena luce, poi più distante. Avevano anche acceso e spento la luce, per vedere l’effetto. Sua moglie aveva indicato la tonalità più forte, più densa, aveva detto E’ il colore che voglio vedere ogni mattina, il colore del sole e del grano maturo, il colore dei capelli della Barbie che avevo da bambina – e lì aveva riso, come una bambina, e aveva detto ancora Proprio il colore delle favole.

Il pittore aveva dipinto tutte le pareti con il giallo denso di sua moglie e alla fine aveva detto che avrebbe rinominato quel cartoncino, quello del giallo denso, e lo avrebbe chiamato il colore delle favole.

E ora stare in quella stanza era come stare al centro di un grande girasole. Ci si sentiva scottare, in quella stanza, scottare come dopo una giornata al mare, come quando si ha la febbre o per un desiderio.

Il pittore quell’estate se ne era andato, aveva portato via i teli e i barattoli e se ne era andato, ma il giallo era rimasto – lì pronto a scottare gli sguardi.

Il colore delle favole. Come se esistessero, disse a tutto quel giallo denso.

Il bambino lo sentì: fece una smorfia, accartocciò la faccia e aprì gli occhi. Franco si chinò per guardarlo meglio, per cogliere quel momento e per trattenerlo. Voleva tenerla lì, ferma, nell’attimo in cui accadeva quella smorfia che poteva anche essere un sorriso – che era un sorriso, il primo.

Tenerlo lì, quel sorriso, custodirlo prima di doverlo condividere con lei.

anish kapoor yellow istanbul

(L’opera che apre il post è di Lucio Fontana e fa parte della serie Concetto spaziale: attese. L’opera che chiude il post è invece di Anish Kapoor: si intitola gloriosamente Yellow, ed è stata esposta di recente nella personale di Kapoor ad Istanbul.Grazie a Stefano per la segnalazione)

11 thoughts on “Giallo Denso

  1. Un po’ ho faticato anch’io, come Tale’s Teller.
    Ma sai che per un bel pezzo ho pensato: questo marito ha un segreto, una seconda vita… E invece la storia ha preso tutta un’altra svolta. Curioso…

  2. Grazia, mi è piaciuto moltissimo. Io non ho fatto fatica, anzi, ho goduto abbastanza… Ho pensato anch’io che il marito avesse un segreto. O che il suo evento pomeridiano fosse più ricco di possibilità di come lo usi (pensaci… magari succede qualcosa).
    BRAVA!

  3. Pingback: Allergie e dermatite atopica: ma qual è il problema? Un libro, un pretesto per far circolare i pensieri di una mamma. | mimangiolallergia

  4. non ho resistito e ti ho booknominata, ma non c’è alcun impegno, solo che volevo cominciare a difforendere giallo denso e ho in mente un bel post… ma… devo pensarci bene…

    • Ciao Monica,
      a dire il vero sono molto felice di questa tua nomina, spero di riuscire a trovare qualche chicca da segnalare e a cui passare il testimone.
      E grazie fin da ora per il post a cui stai pensando! Sono curiosissima, ovviamente…
      A presto,
      Grazia

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