Di cosa Parliamo quando Parliamo di Racconti

Di cosa parliamo quando parliamo di racconti

 

Sto frequentando un laboratorio sui racconti, qui a Milano, in una libreria che sembra una biblioteca di una casa vittoriana, dove rifugiarsi dopo una lunga giornata sicuri di trovare conforto. Tra libri, vino e chiacchiere si alternano serate di scrittura a serate di lettura.

E’ stata l’occasione, l’ho capito già dopo il secondo incontro, per confermarmi quanto penso da tempo: imparare a scrivere e imparare a leggere sono due attività necessarie. L’una all’altra.

Nelle serate di lettura ci sono giovani scrittori italiani che parlano di anziani o defunti scrittori stranieri: è da queste serate che ho colto e che ora fermo, qui, alcune suggestioni.

La suggestione più forte è il risultato di un coro di risposte date alla domanda di cosa parliamo quando parliamo di racconti? che sarebbe bello poter ascoltare per una volta tutte insieme, potendo.

Io ho la teoria dell’iceberg, risponderebbe subito Ernest Hemingway, là in fondo, seduto su un ceppo, con qualcosa di imprecisato in mano. La sua è una teoria che fa più o meno così: si vede poco, in un racconto, ma è quello che non si vede che ne dà il valore.

Comunque, se si vuole essere precisi, si apra al capitolo sedici il saggio dello scrittore americano Morte nel pomeriggio, e si legga:

Se un prosatore sa bene di che cosa sta scrivendo può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse scritte. Il movimento dignitoso di un iceberg è dovuto al fatto che soltanto un ottavo della sua mole sporge dall’acqua.

Con fare elegante, qui si potrebbe inserire Julio Cortázar: senza levarsi la sigaretta dalla bocca, ci sorprenderebbe con un paragone semplice ma azzeccato. Direbbe, con la sua cadenza a cantilena, che un racconto è come una fotografia, e che della fotografia ha lo stesso splendore e gli stessi limiti – in una fotografia fai selezione, scegli cosa tenere nell’inquadratura e cosa invece non far vedere, cosa lasciare fuori.

Anche in questo caso, per amor di precisione, si vada a ricercare il saggio di Cortázar Algunos aspectos del cuento, dove è possibile leggere anche un bel riferimento al ritmo musicale:

Ogni volta che ho dovuto rivedere la traduzione di uno dei miei racconti (o tentare quella di altri autori, come mi è successo con Poe), ho percepito fino a che punto l’efficacia e il senso del racconto dipendano da quei valori che danno il suo carattere specifico alla poesia e persino al jazz; la tensione, il ritmo, la pulsazione interna, l’imprevisto all’interno di parametri previsti, questa libertà fatale che non ammette alterazioni senza una perdita irreparabile. I racconti di questa specie si incorporano come cicatrici indelebili a ogni lettore che li meriti: sono creature viventi, organismi completi, cicli chiusi e respirano.

I maschietti hanno sgomitato, ma ci sono due signore che vorrebbero prendere la parola e gliela diamo.

Iniziamo con la neo Premio Nobel per la letteratura Alice Munro che fortunatamente è ancora tra noi e di racconti ce ne regalerà altri (si spera), anche perché ha messo ben in chiaro che lei ai romanzi non è affatto interessata:

E poi arriva un altro breve racconto e ti risolve la vita, risponde infatti a chi le chiede perché non scriva romanzi. Un racconto come fattore che sconvolge la vita: accende una luce, poi di nuovo subito buio, e per riaccenderla devi iniziarne subito un altro (a leggerlo come a scriverlo).

Continuiamo con Grace Paley che era una che diceva di fregarsene della trama:

La trama è la linea assoluta tra due punti, roba che ho sempre disprezzato. Non per ragioni letterarie, ma perché non lascia speranze. Qualunque personaggio, vero o inventato che sia, merita un destino aperto nella vita.

Quindi a raccontare non si inizia dalla trama, ma da un personaggio: ché il racconto, per la Paley, altro non era che un enorme punto di domanda.

La collezione delle risposte, quelle che sarebbe così bello poter ascoltare tutte insieme, comprende finora la teoria dell’iceberg, una fotografia, un fattore di soluzione (e di stupore), un punto di domanda. Cosa manca? Mancano tante risposte, accidenti, tantissime: ma per ora ne aggiungo ancora una soltanto, quella di Raymond Carver che è lì dietro, lo vedete, con la sua vestaglia da casa e il taccuino in mano.

Carver potrebbe risponderci che alla fine un racconto è una finestra: se il romanzo ha l’ambizione di costruire per il lettore una casa, il racconto può essere una finestra aperta sulla casa di qualcun altro. C’è anche una sua poesia – dice:

Chiudersi fuori e poi cercare di rientrare.

Bella questa immagine, mi piace e si avvicina molto a quello che io cerco in un racconto, come lettrice e come autrice.

Ma se devo aggiungere, qui in coda, qui in attesa di collezionare le risposte degli scrittori di racconti che più amo – se devo dire anche la mia, dico che per me un buon racconto è sempre qualcosa di incompleto. E che con me ci sta bene, la cosa incompleta, che mi sento un po’ così anch’io: sempre mossa, sempre carsica, sempre da finire.

Qui trovate le informazioni sul prossimo appuntamento, dedicato ad Alice Munro.

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