La Fatica dell’andare

Lasciare Andare 

Solo dieci giorni fa, un giorno della mia vita.

Milano regale e rilassata sotto una pioggia battente, con la sua coreografia di strade abitate, i salotti nascosti da pannelli di tende, giardini che toccano il cielo, inaccessibili se non agli angeli.

E fumo che sale dall’asfalto ancora caldo per il poco sole pomeridiano, quel sole che tanto manca a questo luglio imbizzarrito, mutato e mutevole come il mio umore.

Alzo gli occhi: attraverso un vetro rigato di acqua scorgo un cielo indeciso che si esibisce in gradazioni di grigi e di azzurri che neanche pensavo potessero esistere, così mescolati tra loro, improvvisi come ogni cosa, oggi.

Sono solo felice che non siano una mia responsabilità ché con le poche energie che ho non so neanche cosa sia, la responsabilità. Vorrei piuttosto farmi liquida come questa pioggia, cadere su qualsiasi cosa senza pensieri, senza ragione, evaporare al primo sole.

Devo uscire: l’acquazzone non dà segnali di cedimento, ma io devo comunque uscire. Devo andare a prendere mio figlio, quello reale, quello che mi sta già aspettando al centro estivo da ore, quello che mi chiede ogni mattina di andarlo a prendere “prima di cena”.

Mi dice: “Mamma, ti prego, oggi vieni a prendermi prima di cena”. “Bimbo, non hai mai cenato se non a casa nostra,” gli rispondo. “Tu vieni prima di cena,” ribadisce.

Qualche giorno fa ho capito: è la merenda quella che chiama cena. Dovrei arrivare al centro estivo entro le tre e mezza per accontentarlo, praticamente prendere ogni giorno una mezza giornata di ferie.

Non posso: mica sono pioggia inconsapevole e irresponsabile, io.

Quindi ogni sera accetto di trovarlo stanco e imbronciato. Per compensare alla sua reazione, al suo bisogno di più attenzione, dormo spesso con lui vicino, nel lettone: a metà notte è lui ad arrivare e io non lo riporto indietro, come invece ho sempre fatto.

E’ una piccola forma di compensazione per questo suo periodo di transizione, è una grande forma di compensazione per la mia malinconia estiva.

Ci consoliamo dormendo vicini, in uno spazio piccolo che condividiamo come due imperatori che conoscono bene cosa vive nel cuore dell’altro.

E’ che dormire così, per me, non è proprio dormire: il mio sonno è leggero, resto sempre consapevole della sua presenza, mi sveglio completamente verso le cinque, inizio a girovagare per casa.

Giro con questa malinconia addosso, mi fermo solo per prendere un quaderno blu mio compagno da tempo: lo apro e ogni volta penso che ciò che muore non ritorna e solo ciò che è vivo merita la fatica dell’andare. Penso che mio figlio cerca ancora il mio respiro durante la notte: che se si sveglia e lo accarezzo lui si riaddormenta: che questo ha un senso.

In queste notti, che sono quasi albe, non sono più in contatto con la vita, sono come un cosmonauta malinconico che si è perso tra le stelle, vaga senza rotta nell’iperuranio e si chiede quando troverà le energie per tornare a casa.

E quando la giornata riparte sul serio, con la sveglia, la colazione, i riti del mattino di una piccola famiglia che deve prepararsi per i propri impegni quotidiani, io sono una donna con le emozioni strozzate, a volte serena, a volte ancora preda della malinconia: sono un essere a singhiozzi, che ha salutato con le prime luci i suoi compagni immaginari e che si prepara al quotidiano senza convinzione.

Mi resta addosso per tutto il giorno il dubbio che forse una mezza giornata di ferie dovrei prenderla, per lui e per me. Che madre può mai essere una madre che non sa comunicare la propria natura? Che non sa integrare quel che è luce con quel che è buio? Che non si lascia mai andare?

Eppure io so che lui sa, che le cose che ci hanno unito per questi cinque anni non vengono interrotte da un periodo di malinconia.

Io ti ho tenuto, piccolo mio, fasciato sul mio corpo, la tua pancia contro la mia pancia, la tua testolina fulva fra i miei seni. Ti ho tenuto al caldo e ti ho protetto anche da ciò che non conoscevo, mentre ti raccontavo storie che non sempre potevi capire, storie che vivono nella mia immaginazione, come lì vivranno per sempre quelli che non sono mai diventati i tuoi fratelli.

Io non so quanto tempo fa e dove mi sia smarrita, ma so che qualcosa di me è morto e non risorge e che solo ciò che vive vale la fatica dell’andare. E so che tu, con la tua infinita gioia di vivere, sei l’unico che saprà spezzare questa malinconia.

16 thoughts on “La Fatica dell’andare

  1. Intenso, fortemente intenso (e come sempre ottima scrittura) .

    Nessun sentimento si puo’ evitare anche se la felicita’ e’ l’unico per cui vorremmo vivere. Lascia scorrere questa malinconia e …… regala al cucciolo mezza giornata di.ferie.

  2. Cara Grazia, sento la tua malinconia un po’ come fosse la mia. Per ora ti abbraccio da qui, tieni duro, sei una persona stupenda che merita tutti i sorrisi del mondo. Vale

  3. Fossimo una di fronte all’altra, ci scambieremmo un lungo sguardo d’intesa, senza dover aggiungere altro… Qualcosa è morto, spero che presto dalle ceneri risorga la nuova te stessa.
    Ricambio il tuo abbraccio di qualche giorno fa. Francesca

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