Eccoci qui di Dorothy Parker

Eccoci qui di Dorothy Parker

Parliamo di storie, vi prego, ora. Di storie che sanno strappare un sorriso o mettere su una maschera di tristezza, ma che comunque fanno riflettere.

Storie che sono prese dalla vita, come quelle di Dorothy Parker racchiuse nella raccolta Eccoci qui edita da Astoria edizioni: dieci racconti per carpire la scrittura di un’autrice brava bravissima.

Una che fece scrivere sulla sua tomba Scusatemi se faccio polvere, per intenderci.

Ma di polvere non ne ha fatta poi tanta, Dot, anzi.

Nata Rothschild, ma senza parentela con i famosi banchieri, ebbe un’infanzia un po’ solitaria, se si pensa che perse la madre presto, e poi un caro zio, e poi la matrigna. Infine il padre. Trovò presto la sua strada diventando l’assistente del moderno Il diavolo veste Prada, presso Vanity Fair e Vogue, e lavorando in seguito come freelance per altre riviste e per il cinema.

La sua produzione migliore riguarda i racconti. Eccoci qui ne raccoglie dieci tra cui il suo più famoso, Big Blonde, del 1929, qui tradotto come Una bella bionda. In questo racconto c’è tutto l’umorismo agrodolce dell’autrice, mescolato alla sua forte malinconia.

Un bel racconto, Big Blonde, ma se devo scegliere il mio tris preferito della raccolta proposta da Astoria non riesco a farcelo rientrare.

Preferisco Il piccolo Curtis dove troviamo Mrs Matson prima a fare compere (tutte maniacalmente annotate in un libriccino: “4 cestini di carta crespata per caramelle, $ 0,28”), poi a casa, a ricevere ospiti. Mrs Matson ha da poco adottato un bambino, Curtis: e la Parker scrive che “la si immaginava nell’atto di scegliere un bambino così come sceglieva qualsiasi altra cosa: uno buono, che duri”. Che poi Mrs Matson è un po’ il capofamiglia…

Preferisco Mr Durant, un racconto con un protagonista maschile interessante, un padre che vuole mantenere inalterato il suo ruolo autoritario in famiglia a tutti i costi (ma che noi lettori dietro le quinte sappiamo avere spinto da poco una collega ad abortire), anche a costo della serenità dei figli, a cui fa promesse che non mantiene. Come quella del cane che aveva permesso ai figli di tenere e su cui cambia presto idea:

“Ti prego, lascia che me la sbrighi da solo,” la rassicurò. “Ho detto che il cane poteva restare, e finora non ho mai infranto una promessa, giusto? Ecco cosa farò: aspetterò che si addormentino, poi prenderò quel cagnolino e lo metterò in strada. Domani mattina potrai dire che è scappato durante la notte, capito?”

Preferisco Che bel quadretto dove troviamo un altro padre di famiglia, Mr Wheelock, tutto impegnato nel suo giardino (“potare la siepe era uno dei pochi lavori di casa che gli si potevano affidare con fiducia”) dove intanto gioca la figlia, Sister, sotto gli occhi della moglie, una donna che soleva vantarsi, con una certa insistenza, di non aver mai fatto uso di cosmetici, e che aveva preso a chiamarlo Papà. E mentre pota, Mr Wheelock si dedica ai suoi pensieri, quelli che ultimamente avevano occupato gran parte del suo tempo libero. Sono pensieri di fuga, i suoi, pensieridi “Insomma, al diavolo”.

I padri di famiglia della Parker mi piacciono molto, anche quando sono sotto mentite spoglie come nel caso di Mrs Matson. Vi suggerisco di incontrarli tra le pagine di questi racconti, che sono brevi e leggeri, adatti per i pomeriggi di vacanza.

3 thoughts on “Eccoci qui di Dorothy Parker

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