Il Tempo è un Bastardo

ANCHE QUANDO SCORRE LENTO

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan

 

O forse proprio perché scorre lento.

L’estate, le vacanze, la non attività sono una forma di sospensione in cui faccio fatica a stare: vorrei andare avanti, vorrei tornare indietro, vorrei essere sempre e solo altrove.

Perdendomi (qualche volta) tutto il bello.

Il tempo è un bastardo è una delle mie esclamazioni ricorrenti, in questi giorni: è un bastardo perché è sospeso, è un bastardo perché non c’è più, è un bastardo perché non è mai mio.

Il tempo è un bastardo è anche il titolo di un libro che ho letto la primavera scorsa sulla scia della mia ricerca di romanzi a racconti. Come ho già scritto diverse volte, questo modo di raccontare storie è il mio preferito.

Sono tornata a pensarci qualche giorno fa dopo avere incrociato questa bella intervista a Jennifer Egan, autrice del libro, apparsa su Minima et moralia, il blog letterario di Minimum fax, editore italiano della Egan.

Nell’intervista la Egan racconta, tra le altre cose, di come ha creato e sviluppato i suoi personaggi, parlando anche di quelli che le sono venuti meno bene, quelli che non ha approfondito del tutto e che quindi non ha ancora finito di raccontare.

Come Rolph. Rolph è un personaggio che sembra svolgere un ruolo minore, che muove da dietro alcuni fili, che dà motivo per la costruzione di un personaggio di primo piano (il padre), ma che lascia l’amaro in bocca. Si legge di lui, della sua tragica fine (un suicidio) e ci si chiede perché non è possibile conoscerlo meglio, saperne di più.

Scoprire che anche la sua creatrice la pensa allo stesso modo e che per questa sua mancanza forse tornerà a scrivere di lui, è una cosa che come lettrice mi consola molto.

Comunque non era di Rolph che volevo scrivere qui. Volevo scrivere invece dell’amore ripiegato, delle passioni rimpicciolite per evitare che ci sconvolgano la vita.

È quanto fa un altro personaggio della Egan, è quanto fa zio Ted nel racconto Addio, amore mio.

Ted è a Napoli per cercare la nipote Sasha, di cui si sono perse le tracce e di cui si sa di un passaggio nella città partenopea. Sasha è la nipote della moglie, a dirla tutta, di Susan che non ha accompagnato Ted nella ricerca, restando a casa ad occuparsi dei figli. Susan la bionda, quella che sorride a tutto e a tutti: l’assertiva Susan, sempre e solo di buon umore.

Il loro amore, quello tra Ted e Susan, non esiste più. Ted, spaventato dal potere che ha visto sprigionare, ha deciso di rimpicciolirlo, ripiegandolo su se stesso più e più volte. Lo ha reso piccolo, questo amore, pratico, maneggevole, indolore, insapore e, soprattutto, inoffensivo.

Ecco quello che ha fatto Ted:

Molti anni prima aveva preso la passione che provava per Susan e l’aveva ripiegata in due, per non avere più quella sensazione di annegamento, di impotenza, quando la guardava accanto a sé sul letto: le sue braccia muscolose e il sedere morbido, generoso. Poi l’aveva piegata nuovamente in due, così che, quando provava desiderio per Susan, quel desiderio non fosse più accompagnato dall’inquieto terrore di non trovare mai soddisfazione. Poi di nuovo in due, affinché provare desiderio non comportasse un immediato bisogno di metterlo in atto. E di nuovo in due, in modo da non sentirlo quasi più. Alla fine, il suo desiderio era diventato così piccolo che Ted poteva farlo scivolare in un cassetto della scrivania o in una tasca e dimenticarsene, e questo lo faceva sentire al sicuro e soddisfatto, come se avesse disinnescato un pericoloso congegno che minacciava di distruggere entrambi. Susan era rimasta interdetta, poi si era disperata; in due occasioni lo aveva preso a schiaffi; era scappata di casa durante un temporale e aveva dormito in un motel; gli era saltata addosso sul pavimento della camera da letto, con indosso un paio di slip neri aperti sull’inguine. Ma col tempo si era lasciata prendere da una sorta di amnesia; la sua ribellione e il suo dolore si era dissolti, liquefacendosi in una dolce, perenne radiosità che era terribile come sarebbe stata terribile la vita, immaginava Ted, se non ci fosse stata la morte a conferirle forma e solennità. Inizialmente aveva ipotizzato che l’implacabile buonumore della moglie fosse una beffa, l’ennesima fase della sua ribellione, finché non si era reso conto che Susan aveva dimenticato come andavano le cose tra loro prima che lui cominciasse a ripiegare il suo desiderio; aveva dimenticato ed era felice – non era mai stata altro che felice – e sebbene tutto ciò aveva rinsaldato in una una reverenziale ammirazione per la ginnica adattabilità della mente umana, al tempo stesso gli dava l’impressione che sua moglie si fosse fatta fare il lavaggio del cervello. Da lui.

Quanto è bella l’immagine del desiderio ripiegato? Più e più volte, tanto da renderlo innocuo? Ecco, questo passaggio mi ha colpita non solo per l’equilibrio con cui è costruito, ma anche per la possibilità che offre ad ognuno di visualizzare l’atto di ripiegare qualcosa di prezioso come un sentimento in grado di farci sentire vivi e, quindi, un sentimento potenzialmente pericoloso.

Se Ted reagisce ripiegandolo, facendolo scomparire in una tasca, Susan reagisce con la menzogna: il viso soave, la voce cinguettante, una recita per fingere una felicità che non esiste più.

La domanda ora è: una vita costruita su una finzione quanto tempo (bastardo o meno) può durare? La mia risposta è sicura: per sempre.

In realtà la domanda che ci si dovrebbe fare è un’altra: fin quanto un uomo (o una donna) può reggere la propria infelicità?

Essere felici, veramente felici, è il desiderio. Čechov ci ha scritto attorno i due terzi della sua produzione letteraria su questo desiderio concludendo che la felicità non la si può mai avere, la si può soltanto desiderare.

Comunque sia, il desiderio della felicità può essere difficilmente ripiegato. E’ difficile farla piccola, questa aspirazione, difficile metterla in una tasca, dimenticarla, fare finta di nulla.

La spinta di questo desiderio è più potente: e quindi ci si dovrebbe chiedere quanta energia si ha a disposizione per sottrarsi alla sua forza. Perché se non è sufficiente (e non lo è mai) tanto vale accettarne la spinta.

10 thoughts on “Il Tempo è un Bastardo

  1. Il tempo è bastardo, non dottore, ne convengo. Conosco persone che hanno condotto un’intera esistenza, o una parte significativa di questa, nella menzogna.
    Mentre una sfaccettatura di una felicità possibile è quella retroattiva: l’esser stati felici senza rendersene conto, quando quello stato viene definitivamente a mancare. Buon settembre.

  2. Il ripiegare in due è un’immagine che colpisce, è uno spunto creativo notevole. Però, il melting pot da cui nasce e cioè il personaggio Ted non esce abbastanza almeno stando al brano riportato.
    Probabilmente, sarebbe necessario conoscere anche il contesto da cui il brano è stralciato.
    In generale mi sembra di cogliere nel post diverse interpretazioni de “Il tempo è bastardo”.
    D’altra parte, l’affermazione (“Il tempo è bastardo”) si presta, ciascuno può vederci un suo significato, e mutarlo, a secondo degli umori del momento 🙂

  3. Pingback: La Fortezza di Jennifer Egan | ToWriteDown

  4. Il tempo non c’entra niente è un’entità neutra che s’incolpa di qualcosa quando non si vogliono affrontare le radici di un problema e lo si relega in altri ambiti meno angosciosi del rapporto di coppia. La nevrosi è bastarda, quella misteriosa energia autodistruttiva che si nutre di malati sensi di colpa e di una distorta visione della morale per condannare vittima e carnefice in un gioco perverso. io avrei impostato così il mio libro.

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