Vi racconto Mario Rigoni Stern

Vi racconto Mario Rigoni Stern

Mi sono letta tre libri di Mario Rigoni Stern, la primavera scorsa.

Sono un’ex alunna che non aveva mai incrociato nel corso della sua carriera scolastica i testi dello scrittore di Asiago, il sergente maggiore dei reparti mitraglieri nel battaglione Vestone, uno dei Corpi d’armata alpini che fecero la Campagna di Russia nella Seconda Guerra Mondiale.

E dire che il Fronte orientale e le sue vicende, a partire dai racconti di famiglia e dalla lettura di Cavallo Rosso di Eugenio Corti, scrittore brianzolo scomparso nel marzo scorso, mi hanno sempre affascinata.

Non avevo ancora letto Rigoni Stern, ma mi sono rifatta con Il sergente nella neve, Storia di Tonle e Il bosco degli Urogalli.

Qui vi racconto il mio Mario Rigoni Stern: stasera il suo lo racconta Paolo Cognetti alla libreria Gogol di Milano (in Via Savona, 101, a partire dalle ore 19) nell’ambito della rassegna “Nipoti e nonni”, scrittori che raccontano altri scrittori che ritengono essere nonni putativi.

L’incipit de Il soldato nella neve è di quelli che si possono ricordare per sempre, e recitare di tanto in tanto, per se stessi o per un uditorio silenzioso. Eccolo qui:

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro al cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde.

Nell’edizione per le scuole medie di Storia di Tonle è presente una bellissima prefazione a cura dell’autore che parla dell’amore per i libri e le storie con una tenerezza che è difficile far scorrere senza provare a farne qualcosa. Un appunto per la mente, un segnalibro dolce per un tempo che non esiste più, ma che grazie alle storie può essere ancora ricreato. Ecco come Rigoni Stern si presentava ai piccoli lettori:

Da ragazzo, prima di scegliere un libro da leggere (ma anche ora quando non lo devo fare per lavoro) ci mettevo un bel po’ prima di decidermi: volevo sapere chi era l’autore, quale l’argomento, il prezzo, l’editore e vedere le illustrazioni, se c’erano. Le più volte, per istinto, indovinavo: qualche volta, invece, sbagliavo. Questo mi seccava molto e mi auguro non accada a voi leggendo questo mio racconto.

Veramente anche allora il libro mi era cara compagnia, e tanto mi affondavo nella lettura da non sentire quando i miei mi chiedevano un servizio, e non i compagni che giocavano nella strada (ed ero anche un gran giocatore!). La mia fantasia mi portava con i personaggi nel mondo della favola e dell’avventura: che bello era.

Ma forse le storie che si incontravano cinquant’anni fa farebbero sorridere voi, ragazzi di oggi, che televisione, cinema, fumetti, viaggi, scuola hanno maturato più in fretta. Ma anche disincantato, direi.

Ai suoi giovani lettori Rigoni Stern si rivolge anche nella prefazione de Il bosco degli urogalli, una raccolta di racconti:

Da quando “Il sergente nella neve” è entrato nelle vostre scuole come libro di lettura, ricevo molte lettere dai vostri compagni che lo hanno letto. Mi chiedono: – Perché non ci racconti altre storie? Cosa è successo dopo, quando sei tornato a casa? […]

Vedete, uno che scrive storie è come uno che racconta; solo che la parola, invece di essere udita come suono, viene letta in segni; sta a voi lettori dare ai segni una voce e un accento, una forza attuale, e trovare il calore e la misura che l’autore intende o cerca di esprimere. Questa dei segni, espressa con parole o figure, è l’arte più antica del mondo e rimane ancora la più valida.

E continua ancora, l’autore, dando messaggi diversi ai piccoli lettori che vivono in città rispetto a quelli che vivono in paesi, di pianura o di montagna. Ai primi dice di voler fare arrivare l’aria dei boschi, fare sentire la bellezza dell’alba, la malinconia dell’autunno. Ai secondi dice che non si devono sentire sfortunati per non avere tutte le occasioni di svago che la città offre (cita televisione e bicicletta), ma che devono considerarsi privilegiati per la possibilità di fare esperienza diretta della natura.

Scrive anche:

Qualche volta mi sembra di avere mille anni, ed è per questo che vi posso dire che non l’accumulare ricchezza e onori può rendere la vita serena, e nemmeno subire passivamente la volontà degli altri. La nostra vita e l’universo sono pieni di cose meravigliose e dipende da noi cercarle, trovarle e gustarle.

Un messaggio che non voglio dimenticare mai: la vita va scoperta e gustata mettendoci tutte le proprie forze per farlo.

Nella foto, l’explicit di uno dei racconti contenuto ne Il bosco degli urogalli, il mio preferito, dal titolo Una lettera dall’Australia. Il racconto è presente anche nella raccolta Racconti di caccia , edito, come tutti i libri di Mario Rigoni Stern, da Einaudi.

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