La Fortezza di Jennifer Egan

DICEMBRE, SOLO COSE BELLE #10

La fortezza di Jennifer Egan

 

Nei primi giorni di dicembre ho letto La fortezza, l’ultimo libro di Jennifer Egan, pubblicata in Italia da minimum fax.

Ora, io per la Egan nutro una fiducia smisurata dopo che il suo Il tempo è un bastardo mi ha aperto gli occhi su un paio di cose che mi riguardano, sia come persona sia come scrittrice (sì, perché io scrivo, no?).

Il questo romanzo, La fortezza, ho trovato due bellissimi personaggi che si muovono su piani paralleli, che si vedono a un certo punto attraverso un’apertura tra questi due piani, che depositano le loro storie l’uno ai piedi dell’altro.

De La fortezza io qui voglio però scrivere delle porte.

I piani in cui si muovono i personaggi del romanzo della Egan sono due fortezze: un carcere e un castello medioevale.

Entrare ed uscire dal castello medioevale è il problema di Danny: scala le mura, scende nelle segrete, non trova le porte giuste (cade anche da una finestra). Perché lui lì non ci vuole stare.

Manco Ray vuole rimanere lì dove è, né nella cella che divide con Davis né nel resto del carcere dove si trova a scontare una lunga pena. Per sfuggire alla vita rinchiusa si iscrive a un corso di scrittura creativa: la fantasia, si sa, concede di evadere a chiunque.

E’ a Ray che la Egan fa imbastire un bel discorso sulle porte ed è quello che qui voglio appuntarmi.

Ray ha appena terminato di leggere davanti alla classe di scrittura creativa del carcere e alla sua insegnante, Holly, il suo racconto: come ammette Ray, ha cominciato il corso con un atteggiamento sbagliato. Per la seconda lezione ho scritto un racconto su un tipo che si tromba l’insegnante del corso di scrittura in uno sgabuzzino, finché la porta non si apre di colpo e… Insomma, il racconto suscita solo risate, nella classe, e Holly, l’insegnate, deve recuperare la situazione. Poiché Ray non collabora, Holly gli indica la porta:

La porta è lì, mi dice Holly, e la indica. Perché non ti alzi e te ne vai?

Non mi muovo. Potrei anche uscire, ma poi dovrei restare in corridoio ad aspettare.

E quel cancello? Adesso Holly sta puntando il dito fuori dalla finestra. Di sera il cancello è illuminato: i giri di filo spinato in cima, la torretta con il cecchino dentro. E le porte della tua cella?, mi chiede. O le porte del blocco? O le porte delle docce? O le porte della mensa, o le porte dell’ingresso per i visitatori? Quanto spesso vi capita di toccare la maniglia di una porta, signori? Vi sto chiedendo questo.

L’ho capito appena l’ho vista, che Holly non aveva mai insegnato in carcere. Non per l’aspetto fisico: non è una ragazzina, e si vede che non ha avuto una vita facile. Ma la gente che insegna in carcere ha attorno una corazza che a Holly manca. Dalla voce percepisco il suo nervosismo, è come se si fosse preparata ogni parola di questo discorso sulle porte. Ma la cosa assurda è che ha ragione. L’ultima volta che sono uscito di galera, davanti alle porte mi fermavo e aspettavo che qualcuno le aprisse. Ci si dimentica che effetto fa aprirle da soli.

Holly dice: Il mio compito è mostrarvi una porta che potete aprire voi. E si batte le mani in cima alla testa. E’ una porta che vi conduce dovunque vogliate andare, dice. Io sto qui per farvi fare questo, e se a te non interessa per favore risparmiati di venire, perché il finanziamento per questo corso copre solo dieci allievi, e ci vediamo solo una volta alla settimana, e non ho intenzione di far perdere tempo a tutti con delle prove di forza da deficienti.

Si avvicina al mio banco e mi guarda. Io alzo gli occhi e guardo lei. Vorrei dirle: Ne ho sentiti di pipponi motivazionali cretini in vita mia, ma questo li batte tutti. La porta che abbiamo in testa, ma per favore. E però, mentre parlava, ho avvertito un piccolo scoppio dentro il petto. […]

E così, quando Danny finalmente scorse un chiarore in quel sotterraneo del castello e si rese conto che era una porta da dietro la quale filtrava una luce, quando il cuore gli fece un piccolo scoppio dentro il petto e lui raggiunse la porta, le diede una spinta e quella si aprì su una rampa di scale a chiocciola con una luce accesa, io so che effetto gli fece. […] Lo so perché quando Holly parlò di quella porta che abbiamo in testa, mi successe qualcosa. La porta non era vera, non c’era nessuna porta nella realtà, era solo linguaggio figurato. Cioè era una parola. Un suono. Porta. Ma io la aprii e uscii fuori.

***

Volevo dire che La fortezza è il titolo che aveva scelto Dino Buzzati per il suo libro che poi si intitolò e si intitola ancora Il deserto dei Tartari e che io trovo bellissimo.

***

A dicembre non è che smetto di leggere, sia chiaro: quindi anche i libri entrano di diritto nelle cose belle di questo mese, che chiude un anno, il 2014, indimenticabile per molti versi. Dicembre lo voglio ricordare solo bello.

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