Mi piacerebbe

Mi piacerebbe essere tornata qui spesso; mi dicevo torna e poi no, non tornavo.

Mi piacerebbe che i trenta e passa post in bozze fossero tutti pubblici, e invece no, me li posso leggere (per ora) solo io.

Mi piacerebbe poter dire che è perché ho un altro diario. E infatti è così, anzi, ne ho avuti altri tre nel frattempo, ma che peccato non averli potuti commentare con qualcuno che sa aiutarmi in questo cammino che si chiama vita.

Mi piacerebbe ricordare tutto quello che volevo scrivere qui e che non ho scritto, ma forse è meglio ripartire da ora, senza ricordi da ricostruire.

Cose che mi capitano

Un attimo fa ho dato un’occhiata nella stanza ed ecco quel che ho visto: la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra, il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo. E sul davanzale, la sigaretta lasciata accesa nel posacenere. Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio, tanto tempo fa. Aveva proprio ragione. Anche oggi, come ogni giorno, ho messo da parte un po’ di tempo per fare un bel niente.

 

Raymond Carver, da Il nuovo sentiero per la cascata

 

Bravo Ray, capita anche a me. Spesso.

Yoga, Mamma?

Yoga mamma

Da quasi un anno, ogni mercoledì e ogni giovedì faccio un’ora di yoga con una istruttrice fantastica; e anche il resto della settimana, da sola, se me ne ricordo, se ne ho voglia, se trovo almeno venti minuti per me, stendo il tappetino e pratico.

Pietro è così affascinato dal vedere sula madre fare qualcosa di diverso dal leggere e dallo scrivere che un giorno ha cominciato a prendere appunti su postit gialli: uno l’ho fotografato, eccolo là in alto. Non so perché, ma per lui il mio giorno di yoga è il martedì.

Ogni tanto si infila sotto di me a ripetere l’esercizio: il cane a testa in giù, il ponte – oppure mi sostiene nella candela e nell’aratro. E’ il mio piccolo aiutante, anche in questo.

A inizio anno dello yoga scrivevo: non sono capace di praticare, eppure mi sembra l’unica attività fisica che fino ad ora mi ha fatto veramente bene. 

E’ proprio così, con yoga ho trovato finalmente un’attività svuota testa: mi obbliga a rimanere concentrata sul mio corpo, sull’ora e sull’adesso, sulla tensione che il mio corpo assume nella posizione e mentre resto lì, concentrata, la mia mente si rilassa del tutto.

Io sono indubbiamente una persona che pensa troppo, che pensa praticamente sempre – e questa era una cosa che manco sapevo di me. Avevo, ora lo so, un disperato bisogno di smettere di pensare. Mi avevano detto: vai in bici, corri. Ma queste attività le conosco da tempo, so benissimo che al posto di svuotarti la testa te la riempiono di idee, di pensieri.

Con lo yoga finalmente non penso, per lo meno, non per l’ora o per i venti minuti di pratica. In più, mi aiuta a sentirmi sicura di me, forte.

E caspita se ho bisogno di sentirmi forte, io.

La Finestra

Finestra

 

Questa che vedete riprodotta qui sopra si chiama schema o finestra di Johari.

L’ho fedelmente riprodotta ieri mattina nel corso di una riunione con l’HR della mia azienda. Non esiste nessun signor Johari, la finestra si chiama così perché i due inventori facevano di nome JOseph e HARry.

Concettualmente, la finestra è da riferirsi all’ambito della comunicazione e delle dinamiche di gruppo: ogni relazione può essere inserita in una delle quattro caselle a seconda dell’incrocio di due dimensioni a seconda che un item sia noto ad altri o noto al riferimento (il sé).

In alto a sinistra c’è la dimensione del noto: ciò che io ho palesato di me e che gli altri conoscono, e ciò di cui sono pienamente consapevole di essere.

Sempre in alto, lì vicino ma a destra, si trova il cieco, ossia quel che io non so ancora di me stesso ma che gli altri in qualche modo hanno già scoperto di me.

Sotto al cieco, in basso a destra, c’è una zona buia buia che ricomprende ciò che io non so ancora di me e che manco gli altri hanno mai avuto modo di scoprire: si chiama infatti ignoto.

E subito di fianco, verso sinistra e sempre in basso, c’è la zona d’ombra, quel che io so di me stesso e che tengo così nascosto che gli altri non hanno mai visto (nascosto, appunto).

Ora in questa finestra io sono incappata in un incontro finalizzato a spiegare come dare e ricevere feedback, ma ho pensato che alla fine può servire come metro di valutazione di molte cose nella vita di ognuno, nella mia per prima. Mi chiedo: cosa metto nella mia identità sociale? Cosa non ho ancora capito di me e che pure gli altri hanno già visto? Cosa tengo segreto, per me soltanto? E soprattutto cosa scoprirò di me, prima o poi?

Quei perimetri, quelle linee sottili che dividono i quattro riquadri, dove mi porteranno?

Ieri sera ho visto Room: è un film bellissimo, e qui potete trovarne una recensione per decidere se vederlo, questo film, ché è bello ma mica semplice.

In Room si parla di tante cose, si parla di Joy, di Jack, di maternità come atto creativo (attesa, nascita, crescita, scoperta, distacco, guarigione, rinascita), di inizi. E si parla soprattutto di lati, di confini, di perimetri, di quel che sta dentro e quel sta fuori da queste linee e da questi confini: di quel che è noto, nascosto, ignoto, cieco.

Anche in Room c’è una finestra: è un lucernario dal quale è possibile vedere un pezzetto di cielo. E’ la finestra che ti ricordi per prima, ma in realtà ci sono anche le finestre (a tutta parete) della camera di ospedale che ospita madre e figlio, e le finestre (con tende) della casa dei genitori di lei.

Tante, tante finestre. Per non dimenticare un ulteriore contrasto: quello tra l’anelito verso l’altro e l’altrove a cui si tende quando si è costretti dai limiti, in prigionia, e la sensazione di perdere sé stessi che si prova quando si verifica la mancanza di confini, la libertà.

***

Un piccolo appunto per la scrivente: questo è il tuo cinquecentesimo articolo per ToWriteDown. Non metterci una vita a scriverne altri…

Di tutto restano Tre Cose

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Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro.

Disse un giorno Fernando Pessoa.

Hai proprio ragione, dissi io appena lo lessi.

E oggi, in questo giro di cielo tra acquario e pesci, sembra proprio che qualcosa tra le stelle stia trovando nuove certezze.

Quindi, maniche rimboccate, sorriso in viso e dritto avanti, tra le stelle. Qualcosa capiterà, vedrai – ma di questo parlerò più avanti.

Quattro

Quattro

Vi piace il numero quattro? A me non tantissimo, ma non per la forma, che trovo molto divertente; credo sia perché non ha mai avuto un ruolo importante nella mia vita.

Oggi, però, con il quarto compleanno di questo mio blog un pochino bistrattato, lo prendo in considerazione, ne cerco il senso e me ne approprio.

Quattro è il numero della materia, della concretezza, della solidità, della giustizia. Al quattro fa riferimento il simbolo della croce, che in origine rappresentava l’unione degli opposti.

E’ il numero che porta l’ordine, l’organizzazione e la responsabilizzare, che sviluppa l’autodisciplina e allontana dalle bizzarrie. E’ cautela e tradizione. Sembra fare un po’ vecchio e stantio, ma non è così; alla fine, è dalla tradizione che si deve partire se si vuole davvero innovare.

Come da un tradizionale vestito da sposa, simbolo di un nuovo inizio, questa sarà una nuova pagina bianca.

Buon compleanno, quindi, ToWriteDown: riparti da quel che sai, da quel che hai, e vai avanti.

Un Anno da Principessa

Un anno da principessa

Quando sei stanca di vedere una domanda che ti fai fin troppo spesso, quel Chi ti credi di essere che ti ha fatto amare Alice Munro più di ogni altra cosa.

Quando decidi che il tempo che stai usando per scrivere e per diventare grande lo puoi impiegare anche meglio.

Quando ti ricordi il perché, quasi quattro anni fa, avevi pensato fosse una buona idea condividere la fatica e la ricerca, gli errori e i successi.

Quando incroci un amico che fa il tuo stesso giro e ti ricorda che questo spazio è importante e ti chiede di ritornarci.

Quando succedono tutte queste cose qui sopra, ecco che ti ritrovi con te stessa e il tuo blog e ti dispiace averlo trascurato, avere pensato che fosse tempo per altro, che forse poteva accartocciarsi su se stesso e essere dimenticato.

Ti dici che invece no, che c’è tempo per tornare anche qui, per mettere qui tante cose, tutte le cose belle o brutte che arriveranno nel 2016, in questo anno che, te lo sei già detto, sarà un anno da principessa.

E allora via, si riparte.

Una Lunga Catena di Attimi

Una lunga catena di attimi

 

Per il 2015 mi sono imposta di fissare, ad ogni inizio mese, una serie di obiettivi da raggiungere nelle quattro settimane successive. Cose che riguardano la mia relazione con il mondo: io e mio figlio, io e il cibo, io e il mio lavoro, io e il mio corpo, io e i miei personaggi, io e le mie letture. A volte anche tutte queste cose senza l’io attaccato, ma perlopiù l’io ce lo tengo attaccato apposta perché alla fine faccio sempre fatica a farcelo stare, l’io, e mi lascio soverchiare dall’altro.

Adesso che è quasi finito l’anno (agosto, si sa, chiude un po’ tutto: un tempo erano i negozi, oggi sono i propositi) adesso, dicevo, potrei fare un bilancio di questa lunga catena di attimi.

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Il Prossimo Passo

 il prossimo passo

Ogni tanto capita di trovare persone che sanno dire molto meglio di noi quel che noi sentiamo dentro, proprio quello che abbiamo nel nostro più profondo, nell’intimo, in quel posto che crediamo non sia accessibile a nessuno tranne che a noi.

Oggi ho trovato questo signore che si chiama Vincenzo Costantino ma che è noto come Cinaski , che di professione fa il poeta bardo e che, non so come sia potuto succedere, sa esattamente cosa c’è in me, in quel posto intimo e profondo che io credevo solo mio.

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Ten US Dollars

STEPHEN KING IS THE KING

dieci dollari

 

Settimana scorsa ho partecipato a una cosa che fa l’azienda per cui lavoro e che si chiama Management Forum: duegiornidue trascorsi in un fondo vitivinicolo nel cuore del Veneto, a parlare di strategia, di piani triennali, di tutti gli algoritmi che contano, guidano, portano, indicano cose da comprare, ogni informazione condivisa che come una divisa ti rassicura e ti fa rassicurare(*). E ad assaggiare vini.

E’ proprio vero che se devi fare una cosa importante devi farla in cantina. Funziona, ve l’assicuro (lo so, è una espressione che dico spesso). Continue reading